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Tiziano Ferro
E' uscito in questi giorni il tuo secondo album, "Centoundici", un lavoro fortemente 'tizianocentrico', visto che nelle canzoni parli molto di te, del Tiziano del dopo "Rosso relativo"...
...è innegabile che alcune canzoni di questo disco prima di fare il cantante non le avrei potute scrivere, non ne avrei avuto gli elementi.
Ti senti cambiato?
Mi dicono che lo sono. Sì, chiaramente lo sono. Ma è naturale, quale essere umano non si sarebbe adattato ai cambiamenti di abitudini, emozioni, tempi... che il mio lavoro comporta? Ma può voler dire anche diventare migliori. La gente pensa che cambiare a causa di questo mestiere significhi diventare una persona peggiore, invece no! E' un percorso di crescita che porta anche a smussare angoli dei propri difetti, migliorare nell'atteggiamento con gli altri...
Sei cambiato in meglio, quindi?
...questo mestiere mi ha aiutato molto a relazionarmi con la gente, e questo è un bene, credo. E poi ho cominciato a fare dischi a 20 anni, un'età in cui passi dall'adolescenza all'inizio dell'età adulta. E' diverso che iniziare a 30 anni. Tra i 19 e i 23 anni cambi anche se non fai il cantante.
Quella che leggiamo in "Ti voglio bene" è la risposta a chi ti accusa di essere cambiato in peggio?
Questa canzone non è rancorosa, è un inno all'amicizia. Io credo tanto all'amicizia e, di conseguenza, il fatto che alcune persone a me vicine si difendano dai cambiamenti della mia vita e abbiano paura di questo mio mondo mi fa stare male.
Cosa li spaventa?
Loro sono abituati a pensare che i cantanti, quando diventano tali, smettano di vivere la vita normale, quindi si organizzano le vacanze e non ti chiamano più. Tu ci resti male e gli dici: "Ma perché non mi avete chiamato?", e loro ti rispondono: "Perché tu ora fai il cantante e con noi in vacanza non ci vieni più!". Per loro funziona così.
E invece non funziona cosi?
No, loro sono vittime di ciò che da sempre la stampa gli ha fatto credere. Io non vivo la vita da Vip. Ma non posso prendermela con nessuno, perché se io fossi stato al posto loro, avrei vissuto con la stessa paura il subentrare di questo mestiere nella vita di un mio amico.
Parli di 'loro', ma in "Ti voglio bene" sembra che tu stia parlando con qualcuno in particolare. Con chi?
E' chiaro che in mente ho due/tre facce precise, e loro lo sanno. Con ognuna di queste persone ho parlato chiaramente. Sono stato male per questo, come se avessi torto. Mi dicevo: "Hanno ragione, sono io che minimizzo le loro esigenze e amplifico le mie, sono io che non capisco quello che umanamente è necessario...".
E poi?
Poi ho visto persone intelligenti dire 'diamo tempo al tempo', 'aspettiamo, forse Tiziano è un po' confuso'... mi hanno dato tempo e sono rimaste al mio fianco. Dopo aver visto questo, ho smesso di giustificare chi se n'è andato subito. Chi mi ha voluto con sé ha saputo aspettarmi. In fondo io ero assente solo per impegni, problemi di tempo e di spazio. Così ho capito che c'era differenza tra queste e quelle altre persone, e ho tenuto quelle intelligenti.
Quindi, più che un'accusa verso chi è andato via, "Ti voglio bene" è un grazie a chi è rimasto?
Sì, è stato proprio come dire: "Tiziano, dì grazie a chi se l'è meritato, piuttosto che sentirti in colpa per chi ti ha detto di non essere più in grado di dare". Ci sono persone che anni prima mi dicevano: "Tu sei una persona unica, mi fai stare bene". Poi fai cose professionali importanti e ti dicono che sei cambiato, che non gli piaci più. Ecco, scrivere questo disco e questa canzone in particolare è stato come liberarmi da alcuni dolori. Le cose che scrivo in realtà le dico a me.
Musica come terapia?
Esattamente, realizzare questo disco è stato come andare a fare una seduta da uno psicologo.
Una delle ballate più belle del disco si intitola "Non me lo so spiegare", è molto "pop", ma al tempo stesso raffinata. Che storia ha?
Questa canzone stava inizialmente su "Rosso relativo", poi per una serie di esigenze decidemmo di tenerla fuori, perché non sapevamo come sarebbe andato il disco. La tenemmo pronta nel caso avessi avuto bisogno di Sanremo, visto che l'album è uscito a ottobre.
Sfumato Sanremo, l'hai tenuta quindi per il secondo disco...
Appunto. Io ho accettato, anche perché "Rosso relativo" aveva già il suo lento di punta: "Imbranato".
E Sanremo è ancora nei tuoi pensieri?
Ormai non più.
Non ha più senso per te?
Non ne ha in generale, semmai tornerà ad avere il valore che aveva negli anni '80, magari. Io sono nato in Italia e, come ogni bambino che ama la musica, sognavo anch'io il Festival. Ma ormai ha perso la sua forza.
Nelle canzoni generalmente c'è posto per amori, mamme e papà. Nel tuo disco, invece, canti i saggi consigli de "La nonna". Ma tua nonna dice davvero quello che racconti nella canzone?
Sì, sì, sono le sue parole. C'è stato un periodo della mia vita, intorno ai 17/18 anni in cui mi sentivo un po' solo e sono andato a vivere da mia nonna. I miei genitori lavoravano tutti e due, perché hanno tirato su una famiglia con un figlio e hanno aspettato 11 anni per farne un altro, nonostante ne avessero la voglia, ma non potevano permetterselo. Così sono stato quattro mesi con mia nonna, che vive in un paesino di campagna che si chiama Cori, in provincia di Latina. Ho vissuto da mattina a sera con lei, una donna che va a messa tutti i giorni, fa i biscotti, il pane al forno, la pizza, l'olio... Grazie a lei ho vissuto di principi naturali.
E' ancora viva?
Sì, è ancora viva. Ne ho solo una ora, l'altra è morta un mese fa, durante la registrazione del disco.
Ed è contenta di questo tuo omaggio?
E' contenta, ma lei non vive il mio successo come una cosa straordinaria, se lo sentiva che io dovevo fare qualcosa di strano, di folle rispetto ai mestieri che la mia famiglia aveva fatto fino ad allora. E mi diceva che appena entravo in casa le fischiavano le orecchie.
Parliamo di "10 piegamenti", la canzone meno chiara del disco, ce la spieghi meglio?
E' un'auto-analisi. Il punto è: ogni dolore e ogni cosa bella ti fanno crescere. Dalle cose dolorose, se ne sei consapevole, puoi cogliere i lati positivi. Se invece non sei capace di trarre il buono dalla fatica, allora paga penitenza. Come quando fai educazione fisica e ti dicono: "Se sbagli, fai 10 piegamenti".
Sempre in questa canzone si sente la voce di due bambini. Chi sono?
Sono i figli di Leandro Barsotti. Lui è da sempre prodotto da Michele Canova, che è anche il mio produttore. Ero a Padova a registrare il provino e loro sono stati così carini da prestarsi al gioco.
Ci sono molti bambini tra i tuoi affezionati?
Sì, veramente tanti e, nei concerti, vedere bambini di cinque anni che cantano "Rosso relativo" è stato bellissimo.
Nel tuo primo album, tra tanto R&B hai pensato di mettere un po' di soul con "Soul-dier". In questo secondo disco, l'eccezione è un pezzo jazz: "Temple bar". Perché questa scelta?
Perché non mi volevo ripetere con il coro gospel, sentivo che era il turno del jazz. E poi io ho studiato canto con il jazz di Billie Holiday, Chat Baker e altri. Con il pezzo gospel nel primo disco ho iniziato un percorso di tributo alla musica nera, che ho continuato così. So di non poter fare un intero disco jazz, ma una canzone su tredici ci sta bene. E poi l'abbiamo prodotta ottimamente: abbiamo chiamato a suonare Dado Moroni, che è uno dei più grandi pianisti jazz nel mondo, e Michael Rosen tra i migliori sassofonisti.
E' già in radio il tuo secondo singolo, "Sere Nere", nel testo dici: "...mentre passa distratta la tua voce alla tv". Di chi parli?
Di chiunque mi faccia talmente male da sentirla ogni momento della mia vita. Quando esci fuori da una storia che ti segna, senti la presenza della persona che è andata via in ogni cosa: in un bicchiere, nella televisione che 'parla' di qualunque altra cosa, nel biglietto della metro... Quando finisce una storia d'amore non è tanto il concetto dell'amore che non c'è più che t'ammazza, perché quello poi lo superi, sono le piccole cose quotidiane a destabilizzarti: i biscotti la mattina, il caffé, la passeggiata fino al bar per prendere il cappuccino... "Sere nere" è questo: fotografie di momenti piccoli, ma importanti. Una persona entra dentro di noi quando entra a far parte del quotidiano. E quando rifai le piccole cose senza di lei, chiaramente stai male.
Come il precedente disco, anche questo album ha un traccia fantasma molto simpatica, anche se ben nascosta: bisogna arrivare al 14° minuto dopo la fine dell'ultima canzone per ascoltarla. E, sorpresa!, si compone di due scherzi telefonici...
Sì, divertenti, vero? (ride) Nel primo disco avevo messo gli errori in studio, in questo secondo lavoro mi sono chiesto: "Cosa posso mettere di Tiziano che non arriva nel disco?". La demenzialità! Perché quando sono con gli amici faccio ridere tutti con le imitazioni, gli scherzi al telefono... E così ho chiamato Morris, un mio amico che lavora in una radio a Latina, e gli ho chiesto di mettermi a disposizione i mezzi della radio per registrare lo scherzo. Abbiamo realizzato tre/quattro scherzi e abbiamo scelto i due più carini.
Imiti anche i colleghi?
Ah, sì, imito Carboni, Tiromancino, Carmen Consoli... Ma racconto anche barzellette. Tra amici sono quello che tiene banco.
Oltre a farli, sei anche uno che accetta gli scherzi?
Sì, sì, sono ben disposto, i miei lati più dementi li metto a disposizione degli altri che vogliono divertirsi.
Sul CD ci sono delle scritte e un disegno, li hai fatti tu? E cosa rappresentano?
Il pupazzo disegnato è l'imbranato relativo, il mio personaggio dei fumetti: è un ragazzo bello dentro, ma timido, nessuno lo capisce, allora si nasconde. Anche la calligrafia è mia. Il grafico mi ha detto: "Sarebbe bello che nel disco ci fosse qualcosa scritto da te". Così gli ho dato il mio quaderno dove faccio il gioco delle associazioni.
Il gioco delle associazioni?
Parto da una parola a caso e l'associo, tipo: "Capello, marrone, luce, tenda, sogno, coca cola". Ogni parola è collegata liberamente a quella successiva.
Tralasciamo l'associazione tra sogno e coca cola... ma perché il grafico ha scelto proprio questa pagina?
Non lo so, ma ricordo che questa pagina l'ho scritta dopo aver girato il video di "Xverso", ero sull'aereo diretto a Roma, venivo dall'Avana.
In questi giorni è uscito anche il nuovo disco di Michele Zarrillo ("Liberosentire") e all'interno c'è una canzone scritta da te: "Dove il mondo racconta segreti". Com'è stato lavorare con lui?
Michele è uno che pretende molto e mi ha rimesso in riga, com'è giusto che sia. Ho rifatto il pezzo almeno tre volte. Ci tenevo a scrivere una canzone per lui, ma far parlare una persona molto più grande di te con le tue parole non è facile, non hai quell'esperienza. Prima mi sono scoraggiato, poi ho detto "sudatela!". Io ho apprezzato molto il suo modo di fare, meglio di tanta altra gente che mi ha detto "scrivi qualcosa per me" e poi è sparita. Sono tanti che hanno fatto così. Lui no.
Il testo è molto 'zarrilliano', che tipo di indicazioni ti ha dato per far sì che arrivassi a scrivere una canzone a sua immagine?
Mi diceva "pensa che io voglio dire questo e dillo a parole tue". Poi aggiungeva "quella parola io non la potrei mai cantare, cambiala", e così via. Quando scrive una canzone lui mette tanto impegno. E comunque è un testo zarrilliano perché gli si adatta, ma io lo sento mio.
Veniamo ai live, a che tipo di tour stai pensando?
La tournée partirà a febbraio 2004, faremo una ventina di date, molte europee, poche in Italia: tre al nord, un paio al centro e tre al sud. Poi gireremo bene le regioni italiane in estate. E a fine anno andrò in America e Sudamerica. Non so che succederà sul palco, ma mi piacerebbe avere qualche ospite.
Intervista di Paola De Simone
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