Raf
Lo scorso 30 aprile è uscito Ouch il nuovo lavoro di studio di Raf. Un disco di musica pop raffinato, elegante, solo in apparenza di canzoni leggere e semplici. Sì, perché questo cantautore ha da sempre il talento di far risultare facili e immediati all’ascolto la sua ricerca e il suo lavoro di sperimentazione musicale.
Non solo: sotto le mentite spoglie di brani “leggeri”, i nuovi pezzi lanciano piccoli segnali di allarme all’indirizzo di un mondo che sembra addormentato. E’ proprio questo il significato Ouch, l’onomatopeico titolo della canzone da cui prende nome il disco…
“Ouch” è un titolo un po’ strano: che cosa significa?
E’ un espressione tipicamente anglosassone che corrisponde al nostro “ahio” o “ahia” e che in genere si trova nei fumetti. E questo è: un’esclamazione, un grido di dolore.
Nonostante la sua struttura “leggera”, che si rifà a certi lavori techno-pop all’inglese e la sua melodia scanzonata, “Ouch”, brano che da il titolo all’album, tratta di argomenti difficili, un po’ dolorosi: come il petrolio, motivo per cui secondo ci troviamo in questa situazione di guerra, di terrorismo; o come la televisione che è sempre più pilotata, uno strumento al servizio della politica e del potere, che fa sembrare tutti i problemi, le guerre, i problemi ambientali, come cose marginali, che non ci toccano come … E’ come se la televisione ci addormentasse…
Argomenti che invece a te stanno molto a cuore: dalla politica all’emergenza ambientale (Raf è testimonial di Legambiente, ndr), come mai hai allora dedicato un solo brano a questi temi?
Perché io sono un cantante di musica pop e la gente si aspetta da me canzoni romantiche, di musica leggera. E questo io so fare.
Non a caso il disco più ricco di canzoni con temi a sfondo sociale è stato quello che ha venduto di meno… Questo mi dice che se voglio parlare di certi argomenti, che a me stanno molto cuore, lo devo fare a piccole dosi, introducendoli in piccole pillole come ho fatto con Ouch… Così riesco ad arrivare a più gente.
In questo modo, però, questo aspetto di te rimane più nascosto: arriva poco alla gente…
Secondo me, accade perché Raf-artista-impegnato interessa poco ai media… Io non perdo occasione per dimostrare questa parte di me… Vedi, torniamo al discorso sulla parzialità dei media di prima…
“In tutti i miei giorni”, primo singolo estratto dal disco, ha una seconda versione quasi “techno” nell’album, completamente diversa dall’altra. Come sono nati i due pezzi?
A me piace sperimentare, uscire dai canoni tradizionali e trovare soluzioni armoniche nuove che escano dalla struttura tradizionale del pop.
“In tutti i miei giorni” è la canzone del disco che ho scritto per prima, due anni fa. E mi sembrava che gli arrangiamenti jazzati si sposassero bene con la sua melodia.
La seconda è nata per gioco, in studio. Il brano è stato totalmente stravolto e l’ho chiamato “revolutioned” proprio per questo. Non si tratta di un remix, è proprio un’altra canzone: dell’originale è rimasta solo la linea melodica, mentre il resto è cambiato completamente, accordi, linea armonica.
“In tutti i miei giorni” e “Milioni di cose che non ti ho detto mai” sono le uniche due canzoni dell’album scritte interamente da te. Come mai questa volta ti sei affidato ad altri autori? “
Per me a volte è davvero un’esigenza scambiare, confrontarmi con altre persone perché impari sempre qualcosa. Soprattutto se sono persone che stimi. E questo disco, che è il mio primo fatto all’80% con collaboratori, è stato molto stimolante.
Alcuni musicisti sono autori che conosco e apprezzo da tempo, come Filippo Gatti degli Electrojoyce (“Il senso delle cose”), Mario Venuti e Kaballà (“Estate in città”); qualcuno, invece, mi era sconosciuto e l’ho scoperto ascoltando una cassetta o un file, di quelli che in genere ricevo da altri artisti.
Ad esempio, “Il prestigiatore” è di un ragazzo che un giorno mi ha mandato un cd. Io ho modificato il brano in alcuni punti, ma le frasi fondamentali, il titolo stesso sono rimasti i suoi.
La stessa “Ouch” è di un autore ancora sconosciuto. Anche se questa è cambiata molto perché testo, arrangiamento e suoni erano diversi nella versione originale.
Hai quindi indossato più o panni del produttore artistico questa volta…
Sì, e mi è piaciuto lavorare sulle canzoni di altri: scegliere i pezzi, cambiarli, ti richiede un tipo di lavoro e di lucidità diverse. E sono soddisfatto quando ascolto il disco perché ho reso “mie” tutte le canzoni.
E poi è stato un modo per cambiare e per evitare di fare una ripetizione del disco precedente: non mi piace la musica stereotipata, cerco di evitarla. E secondo me, il pop in Italia è un po’ penalizzato da questo punto di vista: soffre di una “sindrome da preconfezionamento” che porta a osare poco e a cercare di mantenersi sempre sullo stile che magari in precedenza ti ha pagato…
Tu hai mai sofferto di poca libertà in questo senso?
Nei primi due, tre dischi che infatti non sento molto miei: erano sempre frutto di un compromesso voluto, raggiunto faticosamente e mai soddisfacente: il costo era sempre più grande di quello che credevo. E ti assicuro che certe cose poi le paghi: quando fai un disco che non ti appartiene cominci ad avere dei problemi di schizofrenia perché dall’esterno sei visto in modo diverso da come sei in realtà…
Anche in questo album parli d’amore e di storie di corsi e ricorsi… Oggi che sei padre di due bambini, quanto c’è di autobiografico nelle tue canzoni?
Le canzoni che scrivo ultimamente in effetti appartengono più agli altri che a me.
Anch’io in passato, come tutti, ho avuto delle storie finite male che si sono trascinate. Ma non mi coinvolgono più… se continuo a scrivere di storie d’amore finite, credo che dipenda un po’ dalla mia indole: preferisco cantare di storie non a lieto fine, piuttosto che di quelle felici. Ma, mi piace raccontarle in quella fase di mezzo, quando lasciano un sapore e un ricordo dolce anche se un po’ triste.
Intervista di Federica Galimberti (Dirondero)
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