MusicaItaliana.com
la musica italiana su Internet! IN
HOME NEWS CONCERTI DISCHI ARTISTI TOP 20 LINKS COMMUNITY CLUBS FORUM
Sei qui: Home > Interviste > Ivan Segreto
ALTRO SU...
Ivan Segreto
Ivan Segreto

È tutto meritato il successo che sta riscuotendo in questo periodo Ivan Segreto. Il suo Porta Vagnu è un disco raffinato e piacevole, proprio quello che ci vuole per superare indenni l’afa estiva, riparandosi all’ombra dei tasti del suo pianoforte.

Complimenti, Ivan, un disco davvero bello e a suo modo complesso. Immagino che un progetto del genere abbia avuto una gestazione molto lunga.
Si, ho pensato di metterlo in piedi ormai più di un anno e mezzo fa. Avevo molto materiale, alcuni risalgono anche a nove anni fa. Amour addirittura credo di averlo composto nel 1991.

Negli ultimi mesi si sta rivivendo un ritorno allo swing, o meglio ad una musica davvero suonata. Anche oltreoceano, oltre che qui da noi, sembrano tornare in auge gli strumenti acustici. Sono molti gli artisti che hanno fatto scelte di questo tipo: Bublè, Norah Jones, Sergio Cammariere, la Laquidara. Cosa ne pensi? Ti senti un po’ un new swinger?
In realtà ascoltando bene il disco lo swing vero e proprio viene affrontato in un solo brano: Diamante. In effetti anche Porta Vagnu, che è il singolo che mi ha aperto un po’ la strada, è più uno “shuffle”. Ti dirò di più: alla fine di jazz, nel senso stretto del termine, non ce n’è tantissimo. C’è sopratutto un bisogno di musica suonata, eseguita e non programmata, anche se preparata e pianificata molto bene. E’ questo che, secondo me, sta prendendo piede un po’ dappertutto. Si sta riscoprendo la formula “pianoforte-voce”. Il cantautore che esegue i suoi brani da solo. Anche la sonorità del pianoforte sta riprendendo piede, e non solo in quelle produzioni solite, quelle più congeniali allo strumento.

A proposito: l’Italia negli ultimi anni ha sfornato ottimi pianisti che sono riusciti a contaminare un repertorio classico-jazz con sprazzi di modernità e tradizione sonora pop. Penso ancora a Cammariere, ma anche a Giovanni Allevi… insomma il piano grande protagonista. Qual è il tuo rapporto con il pianoforte?
Io sono legatissimo allo strumento, mi sento molto più a mio agio con il piano che con il canto. Il mio primo approccio con lo “strumento voce” è avvenuto proprio durante la preparazione del disco. Lo studio del canto vero e proprio sta avvenendo da circa sei mesi. Per ora ho ancora un rapporto molto istintivo col canto.
Col piano è diverso. È tanto tempo che ci sto dietro, c’è istinto anche là, ma è uno strumento che comunque ha bisogno di un certo tipo di studi. È uno strumento che suono da quando avevo nove anni.

Ivan segreto ha fatto molta gavetta?
Beh, sì. Non mi sono mai risparmiato, nel senso che ho sempre voluto fare un po’ di tutto. Da gruppi cover fino alla dance. Da una parte l’ho fatto per lavorare, dall’altra anche per accumulare esperienza. Quindi le cose convergono involontariamente.
Tra l’altro le mie esperienze in campi musicali differenti mi hanno dato la possibilità di aprirmi a idee nuove. Così mi è capitato e mi capita ancora di metabolizzare le novità, di farle “mie”.

Visto che alcune canzoni le hai scritte tempo fa, ti sei mai chiesto se avresti potuto raggiungere il successo un po’ prima?
Probabilmente prima non c’erano le condizioni. Io ho sempre avuto delle idee che mi attiravano nella direzione che poi ha avuto il disco Porta Vagnu. Potenzialmente queste idee potevano venir fuori prima, magari cinque o sei anni fa. Però c’erano delle condizioni diverse. Per prima cosa allora non ero a Milano ma gravitavo fra Sciacca e Palermo. Che comunque si muovono in maniera molto più lenta. Inoltre è possibile che solo adesso la situazione italiana sia in grado di far emergere musicisti come me.
In Italia non c’è la possibilità concreta che tutto emerga. Il mercato italiano è molto ristretto. Non è come negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio. Gli Usa sono un paese gigantesco, i musicisti hanno spazio. Tutti possono fare delle grandi tourné. C’è molto territorio e soprattutto tanta gente che vuole ascoltare musica. Qui in Italia siamo pochi. Molta cultura è veicolata da relativamente pochi canali e quindi alla fine succede che quelle poche cose che funzionano tendono ad essere spinte, spremute fino a che non ce n’è più. Tutto il resto passa per canali marginali che in Italia sono realmente marginali. Il circuito underground o alternativo in effetti è un circuito fai da te. Ci vorrebbe magari un bel circuito di club, di locali dove la gente può esibirsi in tutta la penisola.
Le persone come me che magari adesso arrivano al pubblico grazie ad una multinazionale, hanno sempre lavorato, ma hanno lavorato sotto prezzo. In un mare di incertezze, in mezzo al nulla. Poi a un certo punto ci si ritrova sui giornali. Non ci sono mezze misure.
Quindi per emergere devi essere testardo come un mulo. Sbattere la testa al muro finché o si rompe il muro o ti sei rotto la testa tu.

Sei nato a Sciacca, ma poi hai pensato di trasferirti a Milano. Come vivi il rapporto con le tue radici?
Mi sento legato alla Sicilia in modo molto profondo. Amo moltissimo Sciacca. Ci ho passato 18 anni della mia vita. Poi mi sono trasferito a Palermo. Ma la Sicilia l’ho girata un po’ tutta. E sono rimasto lì fino a cinque anni fa. La Sicilia è bellissima. I siciliani considerano la loro regione come un’amante. Io quando sono giù, a casa, scrivo di più, leggo di più, mangio di più, insomma un bel po’ di cose di più...

La storia de ragazzo siciliano che emigra in cerca di gloria… Mi viene in mente Battiato e il suo film Perduto amor. Ti ci riconosci?
Purtroppo non l’ho visto. Mi hanno tutti parlato bene di questo film ma non ho avuto la possibilità di vederlo quando uscì e adesso non ho molto tempo di poter affittare i film. Ma appena potrò...

Questa estate aprirai proprio i concerti di Battiato.
Si, aprirò tre dei suoi concerti. Purtroppo non seguirò tutta la tournè

Emozionato?
Beh, sono molto più che emozionato. Ci saranno una quantità impressionante di persone a vedere i concerti. Io non sono abituato a suonare davanti a questo pubblico, quindi sarà un’emozione gigantesca.

Cosa pensa lui della tua musica?
So che ha ascoltato il disco, gli è piaciuto e ha dato il consenso per queste date di aperture. Non ho mai avuto finora la possibilità di vedere Battiato di persona e scambiare due chiacchiere. So che per una questione logistica è difficile fare più di tre date. All’inizio dovevano essere sei, ma infondo anch’io preferisco farne tre bene piuttosto che sei, magari solo pianoforte e voce.

Da chi sarà composta la band che ti accompagnerà in tour?
Sempre per una questione di palco suonerò piano e voce con un percussionista e un sassofono soprano.

Stai pensando anche ad una tourné “solistica”?
Sì, in autunno partirà il mio vero e proprio tour. Non vedo l’ora di cominciare a fare una cosa con il gruppo al completo. Poi il 25 luglio aprirò il concerto di Winton Marsalis a Roma.

Mi sembra che in un certo senso il filo conduttore di tutto il disco sia l’amore, è così?
Esatto. Forse non tutti i pezzi, ma la maggior parte dei brani parlano comunque di amore nel senso più ampio del termine. Ci sono anche brani che parlano della crescita interiore, come ad esempio Puzzle. C’è Poi una canzone che tratta il tema dell’odio che si cela nella maggior parte degli esseri umani. L’odio e l’arrivismo.

Immagino si tratti di Inverosimile. È una canzone con un testo intensissimo “sangue chiede altro sangue urlando sete in nome di un dio, dio denaro”. Sono ovvi riferimenti ai conflitti di oggi, senza alcuna giustificazione se non quella del profitto. Questa canzone è ispirata da un avvenimento specifico?
Sì: l’undici settembre. Questa canzone ha visto la luce dopo un percorso lungo e travagliato. Il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle scrissi la musica e non c’era ancora un testo. Siccome mi piaceva molto suonarla, e avendo la possibilità di fare un disco mi son detto: “Proviamo a mettere giù un testo che riesca a evocare quelle sensazioni” e quindi l’ho trasformato in un brano cantato

Dopo la traccia 9, puzzle, c’è una ghost track, piano, basso e batteria: ha un titolo o è solo un “divertissement”, un’improvvisazione da studio?
Si chiama By Max, è un pezzo strumentale che scrissi sei anni fa insieme ad un amico, facevamo insieme il militare, ci siamo divertiti. E’ l’unica traccia strumentale del disco. Non sono particolarmente soddisfatto rispetto all’esecuzione però c’era pochissimo tempo, non avevamo la possibilità di bissare. Quella sul disco è la seconda incisione. La prima è andata malissimo per una questione di cuffie. Il disco è stato davvero un travaglio infinito. Tutto l’album è stato registrato in soli cinque giorni.

Quindi molta presa diretta?
Abbiamo usato la presa diretta solo per la sezione ritmica: pianoforte, contrabbasso e batteria. In questo primo album ho voluto trovare delle formule particolari. Dal punto di vista architettonico degli arrangiamenti non c’è un filo conduttore. L’unica cosa che li tiene insieme è la ritmica.

Cosa pensa il famoso zio Nino, autore “storico” di Porta Vagnu, del successo che sta riscuotendo la canzone?
Per lui è del tutto inaspettato. Il brano aveva tutto l’affetto dei nipoti che lo hanno sempre canticchiato, ma adesso è diventata una hit nazionale. Sarà molto soddisfatto.

Ci sono stati problemi a far accettare un pezzo come Porta Vagnu come singolo?
Per la verità questa visione l’ha avuta Rudy Gerbi, nel senso che io non ero sicuro di voler puntare sul singolo in siciliano. Temevo che la gente si aspettasse poi un intero album in siciliano. Invece Rudy ci ha visto bene. Porta Vagnu è riuscito a creare un ponte tra il pubblico e me.



Intervista di Luigi Carrozzo (Dirondero)