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Franco Simone
Il tuo album ha il titolo di un libro di Tommaso Campanella, "La città del sole", c'é forse qualche riferimento?
No, non ha nulla a che vedere con l'opera di Campanella. Il titolo dell'album é nato da sé, perché quando abbiamo finito di registrarlo mi hanno detto che la presentazione sarebbe avvenuta in uno dei trenta comuni di Atene, precisamente ad Eliopolis, che significa appunto "la città del sole". Nel titolo volevo racchiudere il Mediterraneo, il sole, uno scenario bello e suggestivo e così nasce "La città del sole". Mi é venuta in mente poi l'esistenza del libro e non mi é dispiaciuta affatto questa coincidenza con un'opera ricca di riferimenti idealistici, che parla di una città un po' inreale, un po' utopistica. Ma non é nato da quello.
Nell'album é presente anche un brano in cui duetti con Iva Zanicchi, perché hai scelto lei?
Iva Zanicchi é stata il primo personaggio che ho incrociato quando ho cominciato a cantare. Ero uno studentello e mi presentai a Castrocaro, nel lontano '72, furono i miei amici a buttarmi in scena, anche perché credo che nessuno da sé possa dire "io sono in grado di", te lo devono dire gli altri, uno può soltanto coltivare le proprie passioni e io lo facevo, mi dividevo tra l'università e la musica, cantando la sera per i miei amici. In fondo non pensavo mai di fare questo mestiere da grande. Così arrivai a Castrocaro e mi trovai questa superstar della televisione, per la quale io avevo anche una specie di affetto particolare, perché somiglia ad una mia sorella e poi la voce della Zanicchi per me é stata sempre magica. Ricordo che scesi dal palco e mi trovai lei davanti che mi disse: "Tu non solo avrai successo, ma ricordati che canterai per tutta la vita finché ne avrai voglia". Sebbene siano passati tanti anni e nonostante le soddisfazioni regalatemi da questo lavoro siano state molte, quello é rimasto senz'altro il momento più esaltante della mia carriera.
Oggi che rapporti ci sono tra voi?
Con la Zanicchi ho mantenuto un rapporto bellissimo. Mi dispiace che spesso i programmi in cui la vediamo non sono all'altezza della situazione, lei é una donna veramente imprevedibile. Sto leggendo anche il libro che ha fatto ed é proprio commovente, é insospettabile, una che come lei sembra una giocherellona, poi rivela dei risvolti umani che per chi non la conosce sono davvero insospettabili. Tornando a noi, abbiamo sempre avuto questo rapporto bellissimo e quindi sono riuscito, e sono anche fiero di questo, a riportarla in sala, perché comunque contrariamente a quello che la gente si immagina, la Zanicchi non va in sala d'incisione da dieci anni. Ufficialmente quando va in televisione dice di voler cantare, la verità é che ne ha tutte le possibilità e che non si rende conto di che strumento si ritrova in gola.
Quali progetti vi legano nell'immediato?
Ho di recente raccolto alcune sue bellissime canzoni, l'album si chiama "Grandi firme per una voce" e ci sono dentro delle cose che sono o belle o degne di grande curiosità. C'é per esempio una canzone di Battisti, forse l'unica che non sia stranota pur non essendo affatto brutta. Poi ci sono canzoni di Paolo Conte, Aznavour, Domenico Modugno, Elvis e così via. Ne viene fuori un'immagine che nessuno sospetta possa appartenere a Iva Zanicchi, a cominciare da lei.
E' una donna modesta...
Troppo. Pensa che m'ha chiesto se ho qualche copia dei suoi dischi, perché a casa lei non ne ha e quindi non sa neanche tutte le cose che ha fatto. Ricordo che un giorno eravamo insieme a guardare da Paolo Limiti la registrazione in cui la Zanicchi duetta con Charles Aznavour, e lei mi guarda, mi dà una gomitata e mi fa: "Io non mi ricordo di aver mai cantato con Charles Aznavour". Immagina nella mente di una normale arrivista cosa avrebbe costituito fare un duetto con un grande come Aznavour. Lei invece queste cose le fa e se le dimentica, perché ha un grandissimo senso dell'ironia e soprattutto a tanta modestia e capacità.
Tornando alla "Città del sole", era dunque inevitabile un vostro duetto...
Era quasi scritto nel nostro DNA che prima o poi avremmo fatto delle cose insieme, lei ha anche cantato in passato diverse cose mie e ricordo che anche quella fu una delle mie prime grandi emozioni, sentire la sua voce che si adattava alle mie note. Bisogna immaginare però non la Zanicchi di "Ok il prezzo é giusto", ma la Zanicchi di quello che é stato e quello che continua ad essere per chi la conosce al di là dell'uso televisivo distorto che le é stato fatto.
Altra grande presenza nel tuo album é Nikos Papakostas. Una collaborazione recente, nata come?
L'incontro con Nikos Papakostas é avvenuto a Bruxelles. Io non so per quali leggi di natura, ma mi succede molto spesso che appena varco le frontiere accadono delle cose simpaticissime, da me mai messe in preventivo. Io rappresentavo l'Italia in una manifestazione di produttori indipendenti europei, tenutasi appunto a Bruxelles nel giugno dell'anno scorso, quando amici comuni ci hanno presentato. E' stato una specie di colpo di fulmine artistico, lui era con tutta la sua band, persone stupende. Si sa che nei Paesi dove non c'é un grandissimo benessere le persone sono più umili, con una grande voglia di fare, che non é arrivismo, é voglia di esprimersi, voglia di espressione artistica, che é una cosa ben diversa. Praticamente ci siamo ritrovati a tavola, abbiamo cominciato a canticchiare, lui le canzoni mie io le sue, abbiamo cominciato a scambiarci confidenze, insomma per farla breve, abbiamo improvvisato un'esibizione insieme, é stato un trionfo e ci hanno chiesto il bis.
E' stato in quell'occasione che avete deciso di collaborare?
Sì. Quando Nikos Papakostas decide di fare una cosa é come il nostro Zucchero, va avanti deciso per la sua strada, ha una volontà di ferro. Quella sera mi ha detto "dobbiamo fare un disco insieme immediatamente", io abituato all'andazzo italiano, ho detto "vabé ne riparleremo". Invece tornato a casa ho trovato e-mail e messaggi sulla segreteria telefonica. Ha cominciato a chiamarmi subito, praticamente dopo pochi giorni io ero in Grecia, ho fatto il lavoro che in Italia avrei sicuramente fatto in qualche anno, perché appunto sono ritmi diversi. Lui ha un entusismo travolgente, per il quale mi divertivo a chiamarlo "schiavista".
Anche la realizzazione dell'album é stata così veloce?
La cosa bella da raccontare é che quasi tutti i miei dischi, i più belli, sono cantati in diretta, e lo é anche questo disco. Non é che vado in sala un giorno solo, magari ci vado per un mese intero, però poi la cantata che va sul disco é fatta da mattina a sera e successo così con "Totò", lo stesso con "VocEpiano" registrato nell'arco di un solo pomeriggio. Anche per "La città del sole" sono entrato in sala domenica sera e mercoledì pomeriggio avevo registrato tutto.
Al tuo cd hanno partecipato anche grandi musicisti?
Sì, anche per questo quello con Nikos Papakostas é stato proprio un bell'incontro, perché a parte il suo valore, che non é indifferente, lui si circonda anche di personaggi di grande spessore musicale. Per esempio tra i musicisti che hanno partecipato al disco ce n'é uno che é direttore di un conservatorio di un paese dell'est e poi sono tutti bravi, carichi di entusiasmo e bei sorrisi. Sono felici quando suonano. La stessa Zanicchi si é entusiasmata, tant'é che ha detto che vorrebbe fare anche lei un disco con queste sonorità, speriamo che si decida.
Come nasce la tua notorietà all'estero?
La mia notorietà internazionale é nata prima in Spagna, dove andai al primo posto in classifica per ben tre volte e non l'avevo proprio preventivato. Ricordo che andai a cantare in Spagna e non sapevo nulla di spagnolo, ero emozionatissimo. Mi decisi poi a studiare lo spagnolo, soprattutto per dovere di riconoscenza per tutto quello che mi ha dato l'America Latina. La prima volta che mi trovai ad essere primo in classifica anche in Argentina me lo comunicò proprio la Zanicchi, tornai da una tournée e mi disse: "Sai Franco che sei primo in Argentina", ed io "Ma perché in Argentina ci sono i miei dischi?". Ecco questa é la cosa meravigliosa dei dischi, tu li fai e non sai mai che destino avranno.
L'hai scritto anche negli appunti del tuo sito ufficiale: "Non si può scegliere ciò che diventa indimenticabile"...
Già! E' un pensiero che mi appartiene.
I tuoi lavori sono ricchi di commistioni linguistiche, hai cantato in spagnolo, francese, greco... é forse un premio alla bellezza dei diversi linguaggi?
Secondo me per conoscere davvero le persone bisogna conoscere le lingue, perché se io mi metto a descrivere il carattere dei cileni o degli argentini, posso parlarti giorni interi e non darti un'idea, se invece ti faccio ascoltare una canzone nata nelle loro parti e ti faccio ascoltare la loro lingua tu invece hai un'immagine ben precisa di quello che sono. Tant'é vero che ogni lingua ha un suo valore intraducibile, ci sono dei testi che se tu li leggi in spagnolo, appaiono addirittura banali, poi invece li canti, li dici e ti accorgi che hanno dentro un fascino intraducibile, un po' come il nostro napoletano, che si può permettere il lusso di dire delle cose apparentemente banali che però diventano splendide proprio per la sonorità della lingua. Proprio il napoletano e lo spagnolo sono molto spesso vicini di casa, é più facile tradurre lo spagnolo in napoletano e viceversa che l'italiano in napoletano e viceversa.
Per questo in "Deseo" hai tradotto "Dicitencello vuje" in spagnolo?
Sì. Infatti dico questo perché nella compilation in spagnolo che é appena uscita, intitolata appunto "Deseo", che vuol dire desiderio, ho tradotto io stesso "Dicitencello vuje". Ecco se io provo a cantarla in italiano perde fascino, invece in spagnolo non perde assolutamente nulla rispetto alla bellezza del napoletano, anzi in certe occasioni diventa anche più bella. Io credo che sia davvero fondamentale conoscere la lingua per conoscere la gente. E io quella gente volevo conoscerla bene, perché mi ha dato tanto di quell'affetto, in maniera così smisurata che non avrei mai immaginato nella mia vita di poter essere amato tanto.
Perché no?
Ricordo che uno dei miei complessi dell'adolescenza, quando si vuole essere uguali e basta, perché ogni piccola differenziazione dagli altri diventa un complesso e solo da grande ti rendi conto che proprio quelle differenze, piccole o grandi, fanno la tua forza, era proprio il timore di non essere amato. In una delle mie prime canzoni scrissi "starò con te... per vincere il terrore della solitudine", ecco era un problema che sentivo moltissimo prima.
La musica ti ha aiutato a non sentirti solo?
La musica mi ha fatto superare ampiamente tutto questo, perché potrei dire tutto, ma mai di sentirmi solo. Ho imparato anche che la stessa solitudine diventa un valore, perché una solitudine accompagnata non é la solitudine di chi è condannato a stare solo, ma diventa la solitudine di chi si concentra su come incontrare meglio gli altri. Può sembrare un concetto astratto, per me é un'assoluta realtà se penso al terrore che avevo della solitudine e a quello che rappresenta adesso nel momento in cui mi gusto il ritrovarmi tra me e me.
Effettivamente l'amore dei tuoi fans non può farti sentire solo. Basta pensare a quei due ragazzi che per venire a un tuo concerto hanno preso sei voli. Ma tutto questo non ti fa sentire una grande responsabilità di fronte a questa gente? Non pensi che la responsabilità di un cantante vada oltre la musica?
Sto imparando sempre di più a considerare questo lavoro con dei metri spirituali, non con quello dei numeri, per cui siccome é grande l'affetto che io provo verso queste persone, sento di ricambiare la loro stima con il mio affetto e loro lo sentono. Quando i due fans di cui parli sono arrivati in Calabria, dove ero a cantare, hanno visto sulla mia faccia la grande riconoscenza che avevo verso di loro, credo di non avere neanche bisogno di spiegargliela, ho detto loro grazie, gliel'ho detto con gli occhi lucidi di commozione. La stima diventa un fatto reciproco, credo che sia appagante da ambo le parti.
Davanti a gesti di questo tipo come si fa a non montarsi la testa?
Tutti quelli che mi avvicinano mi dicono che sono semplice. Io non credo di essere semplice, sono lo stesso di prima. Avevo una grande considerazione dell'individuo anche prima di fare l'artista, per cui quella che prima poteva sembrare presuzione adesso invece diventa umiltà. Secondo me bisognerebbe mantenere la stessa relazione con gli altri a prescindere da quello che si fa e dal successo che si é ottenuto, perché la vita mi ha insegnato che il successo non si misura con i numeri. Mi sono però accorto che il mio metro non coincide con quello ufficiale, poco tempo fa quando é morta la contessa Augusta quasi tutti i telegiornali hanno detto "potrebbe essersi suicidata, ma é da escludere questa ipotesi dal momento che aveva appena ereditato centinaia di miliardi". Al di là dell'indignazione, una cosa così mi fa molta maliconia, perché insegna a rincorrere solo la ricchezza. Morire di fame secondo me é triste più o meno come essere pieno di miliardi. So che non bisogna fare la solita retorica dei soldi che non servono perché, per carità, se uno ha da pagare l'affitto, la bolletta del telefono, i soldi servono perché poi altrimenti uno vive male. Però da un certo punto in poi il tutto diventa nevrotizzante. Tutta questa gente che accumula migliaia e migliaia di miliardi e che viene invidiata e la gente le guarda e pensa che sono grandi se hanno realizzato tanto, la mia mamma mi diceva "nessuno diventa stramiliardario se non ha rubato a qualcuno" e trovo che la saggezza antica in queste cose abbia ancora un suo senso. Il moralismo andrebbe riscoperto, non per fare i virtuosi, ma per vivere meglio, perché un minimo di moralità ci insegnerebbe che tutto sommato ci si può accontentare delle piccole cose. Mi é piaciuto Benigni quando ha detto quella frase meravigliosa alla consegna degli Oscar: "Ringrazio i miei genitori per avermi regalato la povertà". Ecco questa é una frase da insegnare nelle scuole, tanto più detta da un personaggio di successo che non si é mai smentito, che non é mai cambiato. Una frase che uso spesso e che penso fortemente é: "Ai grandi comici io darei il governo", perché hanno capito tutto della vita, il dramma, la voglia di far ridere, la necessità di ridere delle miserie umane, per cui personaggi come Benigni secondo me vanno al di sopra.
Trovi che il moralismo non sia più di casa nel mondo dello spettacolo?
Quello dello spettacolo non é un mondo serio per tanti motivi, io lo so benissimo, lo faccio, cerco di farlo seriamente, ma é un mondo con poco moralismo. A proposito del mondo dello spettacolo mi viene in mente un'affermazione di Patty Pravo, che ogni tanto spara una genialata, e lei per sintetizzare che non é un mondo serio ha detto: "Il nostro mondo non funziona bene perché ci sono tante persone che vengono trattate come se esistessero, in particolare ci sono cantanti a cui mettono degli arrangiatori, dei fotografi, gli fanno le copertine dei dischi, gli fanno fare dischi proprio come se esistessero". E' una frase che mi é rimasta talmente scolpita nella mente che ci penso ogni volta che vedo certe nullità. Per fortuna saper riconoscer una nullità ti mette anche in condizione di saper riconoscere la grandezza, per cui poi io così come ignoro completamente e divento anche perfido nei giudizi verso alcuni che non riconosco miei colleghi, allo stesso modo divento l'ultimo degli spettatori di quelli che valgono. Ti potrei raccontare moltissime scene di miei omaggi a colleghi verso i quali ho un trasporto grandissimo, forse perché non copio nessuno, per cui questo mi permette di ascoltarli con assoluta sincerità, con distacco e con obiettività.
In tema di gesti di stima, c'é qualche episodio in particolare che vuoi raccontare agli amici di MusicaItaliana.com?
Tra tutti mi ha molto commosso l'incontro con Francesco De Gregori, che io stimo con tutto me stesso e che ha ricambiato in una maniera insospettata e insospettabile quest'affetto, perché mi ha mandato una volta in omaggio l'armonica a bocca che aveva usato nel suo spettacolo, per quanto non fossimo amici stretti... é legittimo piangere in quelle situazioni. E una volta ricordo che sono andato con mia figlia a salutarlo durante un suo concerto e lui ha detto delle cose stupende su di me, cose anche immeritate, ha detto "sapessi come ti invidio, io sono famoso solo in Italia", mentre fuori c'erano 8.000 persone che gridavano il suo nome. Questo dimostra che le persone non solo sono grandi sulla scena, ma sanno anche esserlo nella vita.
Parliamo della tua campagna contro il caro cd. Se é effettivamente semplice sviare all'inconveniente dei prezzi alti, perché gli altri artisti non adottano il tuo stesso sistema?
Io mi riprometto sempre di non essere polemico quando parlo di queste cose, perché é scomodo dire la verità, come diceva il buon Pertini "se tu hai un po' di carattere dicono che hai un brutto carattere". Ma secondo me la verità nuda e cruda é che chi produce dischi non li compera, perché tutti gli operatori che ho conosciuto, dai dj agli stessi produttori discografici, hanno le case piene di dischi che gli vengono regalati. Perché se dovessero andare nei negozi avendo i problemi che ha la gente normale dovendo spendere oggi 40.000 lire per comprare un qualunque cd, credo che si renderebbero conto di quanto la cosa sia assurda.
E' dunque possibile abbassare i prezzi dei cd?
Credo che sia stato reso evidente da Tv Sorrisi e Canzoni, il giorno in cui ha deciso di allegare al giornale a meno di 10.000 lire dischi pregevoli, dischi che hanno fatto la storia della musica. E' stata la grande svolta, perché dal momento in cui a 9.000 lire si poteva comprare Lucio Battisti, credo che a 9.000 lire si possa comprare anche Paola e Chiara.
La tua iniziativa é stata avallata anche da Beppe Carletti, leader e vocalist dei Nomadi e titolare dell’etichetta "Segnali Caotici". Vi lega una bella amicizia?
Sono persone che non finiscono mai di stupirmi per quanto sono meravigliosamente diversi da tanti colleghi che trovo in giro, perché si stanno comportando con me con carineria. Pensa che il cantante dei Nomadi, Danilo Sacco, mi ha chiesto di fare a tutti i costi un duetto con lui, che é una cosa che non vedo l'ora di fare, però me l'ha chiesto lui con grandissima umiltà. Quando abbiamo fatto di recente un concerto ha detto: "Che emozione prendere il microfono dopo Franco Simone", neanche avesse detto Frank Sinatra, e trovo questa cosa davvero bellissima. Certe cose sono impagabili. Beppe Carletti poi é meraviglioso, mi ha seguito spesso nei vari concerti e appuntamenti promozionali. Non é come vorrebbe tanta stampa, che tutti sono lì a farsi lo sgambetto.
Uno degli spettacoli che ti vede protagonista si intitola "Canto d'amore", che tipo di canti contempla?
Sono tutti canti sacri raccolti ed elaborati a partire dal '500 ad oggi ed é bellissimo cantarli perché anche il tipo di pubblico viene con un'idea diversa, sa di dover stare lì ad ascoltare in silenzio. Io amo gli spettacoli in cui la gente tace. E siccome lo faccio nelle Chiese lì la gente resta facilmente in silenzio, se non altro per rispetto a Chi sta dietro di me, e si creano delle situazioni davvero belle.
Quando lo riporterai in scena?
Lo riprendo sicuramente a fine anno, credo tra novembre e dicembre. Ma avendo degli amici musicisti che sono sempre disponibili, magari mi chiamano tra un mese e mi chiedono di farlo. Abbiamo un calendario abbastanza mobile, non é che mi metto a fare le tournée programmate tre anni prima. Chiamo i ragazzi, dico loro "tra 15 giorni possiamo fare questa cosa?" e loro accettano, perché sono amici e perché come me non vedono l'ora di esibirsi, amano la musica e in suo nome gli puoi chiedere tutto. E poi la musica é bella. Credo che i bei momenti concessi all'umanità siano essenzialmente due: quando si fa l'amore e quando si fa musica. Si tocca il divino. Sono squarci di divinità concessi agli umani.
Come ti rapporti ad Internet?
Internet mi ha dato un grande sollievo. Perché una cosa per la quale ho passato notti insonni in questo lavoro é che non sopportavo di trovare cose che non corrispondevano al vero e trovarmi impotente, non avendo armi per far sapere la verità. Internet invece mi dà questa grandissima possibilità di far sapere le cose come stanno. Sai che vuol dire sforzarsi di fare belle canzoni e trovare il giornalista che dice che sono in classifica perché ho gli occhi verdi? Oppure hanno scritto che io ho chiamato mia figlia Sara perché la sua iniziale é quella di soldi, successo e sesso e non poter fare niente, se fosse vero mia figlia non me lo avrebbe mai perdonato. Io mi sono rovinato i migliori anni della mia carriera, quelli che apparentemente per la gente sono stati i più appaganti, hit parade, milioni di dischi venduti, grande successo, eppure quando mi capitava un episodio di questi, io mi rovinavo la giornata. Pensavo "ma come faccio a difendermi". Una volta una giornalista mi fece dire che sono vanitoso e spendo tutti i miei soldi per comprarmi macchine, non glielo perdonerò mai. Chi mi conosce sa bene che é un'affermazione assurda. Una volta ho viaggiato su una Ferrari e ho fatto il viaggio più brutto della mia vita. Se c'é una cosa che proprio non mi interessa sono le macchine, non vado in giro con la 500 perché devo viaggiare spesso, anche a lunghe distanze, però di sicuro non rappresentano per me uno scopo. Questa giornalista mi ha fatto dire che vivevo per comprarmi le macchine, e poi si parla di deontologia professionale. Internet finalmente mi dà la possibilità di controbattere. La Rete é una grandissima realtà, non una lontana ipotesi, anche se c'é chi non vuole ancora accorgersi di una tale importanza. E' stupido affiancare Internet alla pedofilia, se se ne fa un buon uso é un grande contenitore di possibilità.
Intervista di Paola De Simone
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