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Capone e BungtBangt
Capone e BungtBangt

Maurizio Capone e Bungt Bangt, una band nata come?
La band nasce da una mia idea, è l'evoluzione o forse il ritorno a un discorso più semplice rispetto ai miei ultimi lavori. Ho avuto l'opportunità, offertami da un produttore cinematografico amico della Kubla Khan che si chiama Umberto Massa, di realizzare uno spettacolo teatrale, mi ha dato un input invitandomi ad inventarmi qualcosa e da lì sono nate delle idee fino ad arrivare a concepire lo spettacolo con gli oggetti. Così nasce Bungt Bangt, che è un progetto abbastanza ambizioso e anche rischioso, perché passare dagli strumenti normali a suonare con gli oggetti è stata una bella sfida. Anche se in realtà l'ho sempre fatto, ma qualunque percussionista ti dirà questo, perché abbiamo un contatto con la materia molto particolare. Per me un tavolo è tranquillamente uno strumento, come lo è un monitor. Noi percussionisti siamo abituati a vivere con il suono molto di più di altri strumentisti che hanno bisogno di strumenti costruiti, noi abbiamo il mondo intorno che suona già di per sé.

Hai cominciato a costruire strumenti con la nascita dei Bungt Bangt?
Nei miei vent'anni di storia ho costruito sempre degli strumenti, per esempio ne ho fatto uno usando delle canne di bambù, ho costruito il vibrafono con le chiavi inglesi. Poi con lo spettacolo teatrale ho cominciato a ragioanarci ancora di più e lì per esempio è nato lo scatolophon, che è un basso, ma ha delle possibilità incredibili, io lo uso anche con una bacchetta e fa da arco.

Ogni strumento ha un nome?
Sì, perché tutti diventano identità strumentali, alle volte persino indescrivibili. Con il nome li identifichiamo.

Li costruisci tutti tu?
No, non tutti, diciamo che io sono il provocatore principale, quello che ha più esperienza e che tira tutta la banda. Avendo avuto l'idea e avendo un gran patrimonio di conoscenza, sono sicuramente il creatore della maggior parte degli strumenti, però nel tempo sta succedendo che i Bungt Bangt stanno sviluppando anche dei percorsi singoli personali, quindi anche loro hanno poi creato altri strumenti. Alessandro, per esempio, che è il mio batterista da parecchi anni, adesso suona anche il basso e ha sviluppato questo scatolophon in una maniera incredibile, usando la tecnica di costruzione propria del basso.

Gli strumenti hanno lunga durata o li cambiate spesso?
Per fortuna hanno lunghissima durata, devono durare tanto. Comunque abbiamo un grande rispetto per questi oggetti, non è che perché si tratta di roba riciclata o molto vicina alla spazzatura non siano strumenti. Io spingo molto anche gli altri a ragionare così, sono comunque strumenti e tra l'altro sono proprio quelli che ci permettono di fare qualcosa di unico per noi. Riuscire a fare una canzone che suoni senza invidiare niente alle vere batterie, ai veri campionatori, ai veri strumenti, e riuscire a farlo in grande vuol dire che il sogno di portare qualcosa di estremamente trasgressivo all'interno di contesti convenzionali è possibile. C'è molta soddisfazione a portare tanta spazzatura in giro per l'Italia, senza che nessuno possa dire niente, a parte che qualcuno ci butta le carte dentro scambiandoli per secchi della spazzatura...

I materiali sono tutti recuperati?
Molti sì, alcuni li dobbiamo comprare, come i bidoni della spazzatura che si sfondano e servono nuovi. Lo scatolophon, per esempio, io lo vado a prendere nel cassonetto che c'è sotto casa mia, vicino a una scuola elementare dove fanno il catering, sono cose pulitissime, per fortuna, altrimenti mi tocca anche lavarle. Molti materiali, poi, sono stati comprati in qualche scasso napoletano e altri sono assemblati, per esempio tutta la parte degli elastici. In generale, però, l'idea è quella di raccogliere le cose che già esistono, perché è proprio divertente. Poi secondo me è un onore per gli oggetti stessi, che improvvisamente fanno una vita diversa, se hanno pure loro un sentimento, probabilmente sono felici.

Sei attento anche alle forme che assumono questi oggetti/strumenti?
Anche quello è il bello, perché escono delle sculture. Io ho in mente di fare qualcosa con degli scultori che lavorano la latta, mi piacerebbe che qualcuno la tenesse esposta e poi ce la lasciasse suonare. La latta assume forme particolari con quelle che non definirei ammaccature, perché sono comunque forme armoniche che nascono da un gesto artistico. Lasciamo perdere se è belle o no, ma comunque sono sculture. A Maurizio Costanzo, per esempio, ho regalato una latta che ho fatto rotolare suonandola, non so se ne farà un paralume... comunque non è un rottame, ma un modello unico e questo lo nobilita.

Potete, inoltre, vantarvi del fatto che per voi non è costoso fare musica...
Un altro degli obiettivi di questo progetto è proprio quello di dimostrare che la musica non ha bisogno di grandi investimenti, cioé se tu hai un sentimento, un'emozione, una carica creativa, basta veramente un niente per realizzare la musica. Purtroppo l'Italia è un paese di ex artisti, perché da vari decenni l'arte viene vista come un fatto di contorno e c'è molto poco rispetto per chi la fa. Allora è importante comunicare a chiunque la possibilità di poter fare musica, specialmente ai più giovani, vogliamo dire loro che si possono riunire a casa e, invece di stare davanti alla play-station, possono mettersi con le pentole a fare musica... se poi viene la signora di sopra a lamentarsi non fa niente, anche perché la legge non lo vieta.

Hai creato anche un laboratorio, è nato proprio pensando ai giovani?
Sì, volevo portare questi messaggi ai bambini e volevo farlo con un linguaggio semplice, loro sono più ricettivi, perché hanno un grosso intuito. Ho questo laboratorio a Pomigliano d'Arco, che è una cittadina della periferia di Napoli, in un quartiere estremamente a rischio, fatto solo di case, senza niente, insomma lì il degrado è abbastanza avanzato, sia quello urbano che quello umano. Così cerco di dimostrare ai bambini che loro possono fare qualcosa, perché io in fondo non gli vado tanto ad insegnare le percussioni, cioé gliele insegno ma non se ne accorgono, fondamentalmente gli faccio notare che, se si applicano, le cose riescono a farle. Può sembrare una cosa logica, ma loro non lo sanno, perché vivono in una zona terribile, dove devi combattere la tua battaglia quotidiana, sapendo che hai tutti contro.

In che modo la musica può aiutarli?
La musica è contatto, emozione, qualcosa che è totalmente fuori dal loro mondo, per questo può aiutarli. Io non sono un maestro, non sono un professore, non amo la gerarchia quindi non mi interessa proprio avere un ruolo dominante, se non perché loro me lo riconoscono. Loro mi vogliono bene, perché stiamo insieme e gli insegno qualcosa, gli faccio vedere che possono fare delle cose, quindi sviluppano la discipina, che per me è la prima cosa da insegnare a qualunque essere umano. Parlo della possibililtà di autodisciplinarsi, non delle leggi, la consapevolezza di riuscire con la propria forza a fare qualcosa che prima non sapeva fare, per esempio suonare. Tutti i musicisti sono maestri di autodisciplina, specialmente gli autodidatti, io modestamente sono autodidatta, ma per volontà, non perché non mi piacciano i maestri o perché non ci sono persone più brave di me, anzi, penso ci siano molte figure più valide di me. Credo, però, che l'unico modo per sperimentarsi sia quello di sbatterci con la tua testa, un maestro spesso ti facilita le cose dicendoti "fai così" e tu finisci per fare così perché te lo ha insegnato il tuo maestro. E' importante, invece, sviluppare una possibilità diversa, tutta tua. Io stesso sono riuscito ad avere questa idea e a realizzarla probabilmente perché non ho mai seguito un canone e, infatti, suono una cosa che non ha tabù, non ha limiti. Il laboratorio è questo, è molto basato sui sentimenti, sulle emozioni.

Le istituzioni che ruolo rivestono in questo tuo laboratorio?
Il discorso delle istituzioni è importante, perché io faccio questo lavoro da sempre, ma trovare il canale per riuscire a comunicarlo è difficile, specialmente se usi linguaggi un po' alternativi e insoliti. A Pomigliano d'Arco ci sono un Comune, un Preside e dei professori che si emozionano ancora più di me quando vedono quei bambini. Questo è veramente importante.

"Junk!" è l'album che hai realizzato con i Bungt Bangt, ci sono diciotto canzoni tutto ritmo, con dei testi che presentano un liguaggio non uniforme. Questo vuol dire che tratti le parole come gli strumenti, adeguandoli cioé alle tue necessità di comunicazione?
Questo è stato effettivamente lo sforzo maggiore che ho fatto, perché venendo da un percorso di "cantautore", cioé di quello che si scrive le canzoni e se le canta, sentivo proprio l'esigenza di staccarmi da un linguaggio estremamente lucido e razionale del testo - che pure mi interessa - perché in un contesto come Bungt Bangt volevo sperimentare proprio l'utilizzo della voce e dei testi. Inizialmente lo spettacolo teatrale con Bungt e Bangt aveva in sé la scelta di non usare né voci né testi, cioé la forma canzone veniva lasciata fuori, proprio per sperimentare i materiali, gli oggetti. Quando poi ho fatto il disco, è invece venuta fuori l'esigenza, che è quella più alta, di riuscire a fare delle canzoni con questi strumenti. Io non rinnego quello che ho fatto in passato, ma volevo fare qualcosa di diverso e sono partito proprio dai linguaggi per sperimentare qualcosa di nuovo. Dopo un disco in italiano e tre in napoletano, mi ero scocciato sia dell'italiano che in parte del napoletano, che è pure un dialetto molto musicale e bello, e ho preso in considerazione l'utilizzo di altre lingue.

Come hai fatto con la pronuncia?
Per la verità ho fatto un rap in inglese senza preoccuparmi minimamente se la mia pronuncia fosse quella corretta. Noi italiani abbiamo questa cultura fiorentina che vuole che si pronunci tutto bene, mentre nella cultura internazionale non si sa quello che è corretto. Gli inglesi, per esempio, non capiscono i testi dei Rolling Stones, che sono ugualmente inglesi. Io da napoletano sono stato spesso rimproverato per il mio accento, i discografici, per esempio, mi dicevano sempre di aprire la "e". Secondo me, invece, la cosa più importante è comunicare, poi io posso anche fare un corso di dizione e la cosa potrebbe anche farmi piacere, però non credo sia questo il senso dell'arte.

Come hai scelto le lingue da usare?
Nel primo pezzo che è nato come canzone, cioé "Bungt&Bangt", abbiamo sfruttato le lingue dei messaggi che abbiamo trovato in segreteria di signorine che ci telefonavano per chiederci cosa significasse Bungt Bangt, per cui nella canzone ci sono parole spagnole, francesi, tedesche, giapponesi... insomma tutte quelle che siamo riusciti a trovare nel giro di una sera. Le abbiamo unite a "naninanina", che non vuol dire assolutamente niente, e infine abbiamo scelto di aggiungere i ritornelli: "bum bum no tabu" e "bum bum super groove". "No tabu" è l'emblema di questa idea, perché non c'è nessun tabù in quello che facciamo, "super groove" siamo noi e poi c'è "I love you" che, in questo momento in particolare, mi sembra necessario. Queste tre frasi possono sembrare scollegate e banali, ma per me hanno un enorme valore, perché racchiudono tutto quello che c'è in Bungt Bangt. E dire qualcosa in tre parole è stato veramente lo sforzo maggiore.

Nell'album è presente anche "Caravan petrol" di Renato Carosone. E' un chiaro omaggio?
Non c'è bisogno di dire niente, a parte che abbiamo un grande rispetto per Renato Carosone. Troviamo che la sua grande ispirazione sia molto vicina a quello che stiamo cercando di fare, cioé arrivare a tutti con un bagaglio culturale tradizionale, perché comunque in Bungt Bangt c'è una forte componente tradizionale, anche se per me non si deve vedere.

In che senso non si deve vedere?
Chi ci ascolta non deve dire: "Ah, questi so' i napoletani che fanno le tammuriate". No. La tammuriata ci sta, perché è la nostra cultura che portiamo dentro, però devono sentire la tecno, perché noi facciamo tecno.

Siete un band in perenne tournée, è superfluo chiedervi se quest'estate sarete in tour?
E' vero, noi siamo sempre in tournée, andiamo da chi ci vuole e cerchiamo di fare sempre il massimo. Comunque quest'estate sarà abbastanza buona, perché stiamo avendo parecchio affetto da parte degli operatori, questo ci fa piacere.

Anche Maurizio Costanzo si è affezionato a voi, visto che vi invita spesso nel suo salotto?
Costanzo si è appassionato incredibilmente, come si appassionò a suo tempo Red Ronnie. In generale, però, chi ci vede non resta impassibile e questo è un servizio che si rende alla musica, lo dico senza falsa modestia, perché questo progetto, oltre ad essere molto insolito, comunica un messaggio che è semplice, sì, ma altrettanto profondo.

Intervista di Paola De Simone