|
|
 |
Francesco Guccini Bio
Nel 1940 Francesco Guccini nasce a Modena, piccola città, bastardo posto, luogo mai amato fino in fondo. Meglio Pàvana, dove cresce "fra i saggi ignoranti di montagna, tirato su a castagne ed erba spagna" ("Addio"). Meglio Bologna, che avrebbe poi eletto a sua dimora, in quella via Paolo Fabbri 43, dove ancora risiede ("abito sempre qui, in questa stessa strada", come canta in "Ho ancora la forza"). Lungo le pieghe della via Emilia, Guccini affina i tratti del cantastorie, prima in un anonimo complesso (nessuno, allora, li chiamava gruppi) con Pier Farri e Victor Sogliani, poi (dopo una breve esperienza come giornalista alla Gazzetta dell'Emilia dove impara a maneggiare le parole) con i Gatti, insieme ad Alfio Cantarella.
Folgorato da Freewheelin' di Bob Dylan, nel novembre 1964 scrive due canzoni figlie di quel verbo: "Noi ci saremo" e "Auschwitz", con le quali entra nella storia dalla porta principale. Poco dopo, arriva "Dio è morto", qualcosa di più di un inno generazionale, brano cantato in coro dalla gente tanto ai festival dell'Unità che in chiesa, primo esempio cantautorale di compromesso storico. Il debutto in proprio, "Folk Beat n.1", esce nel 1967 a nome Francesco, senza il cognome Guccini, ma con canzoni che si presentano da sole, a partire da quella "In morte di S.F." che ancora oggi battezza ogni concerto del Maestrone. "L'isola non trovata" (1971), terzo disco (nel mezzo, "Due anni dopo") è anche il primo album di Guccini legato da piccoli fili rossi (almeno due: l'irrazionalità e l'esotismo), un bel tentativo di costruire qualcosa di unitario il cui risultato sia superiore alla somma delle canzoni. Il fine è raggiunto con "Radici" (1972), dove ogni brano è una piccola perla di una collana che il Maestrone indossa ancora dal vivo: "Radici", "Piccola città", "Incontro", "Canzone dei dodici mesi", "Canzone della bambina portoghese", "Il vecchio e il bambino" e la mitica "Locomotiva".
"Opera buffa" (1974), registrato all’Osteria delle Dame e denso di scherzi musicali, mostra l’aspetto più giocoso del Guccini; "Stanze di vita quotidiana" (1974) torna a puntare tutto sulla riflessione e sull’intimismo. "Via Paolo Fabbri" (1976) e "Amerigo" (1978) entusiasmano e commuovono: "L’avvelenata" sputa rabbia e orgoglio, "Piccola storia ignobile" racconta il dramma dell’aborto, "Eskimo" mette in fila i sogni di una generazione, "Amerigo" confronta l’America sognata e quella vissuta con gli occhi dello zio emigrante.
"Il cammino verso Metropolis" (1981), album dedicato a città con una storia e una forte valenza simbolica (Bisanzio, Venezia, Bologna, Milano), passa attraverso "Album Concerto" (1979), il live realizzato con i Nomadi, primo disco in cui compare, nelle vesti di coordinatore artistico, Renzo Fantini. "Guccini" (1983), che ha per tema i falsi movimenti del viaggiare , splende di luce vivissima in "Autogrill", canzone sospesa tra mistero e irrealtà che vive un doppio registro temporale, come in certi racconti di Borges.
Il 1984 è l’anno di "Fra la via Emilia e il West", espressione entrata nell’immaginario collettivo e nel lessico quotidiano, fedele registrazione del trionfale concerto a Bologna, in piazza Maggiore, vent’anni dopo Auschwitz. Dopo tre anni di silenzio occupati a vivere e riordinare le idee, "Signora Bovary" (1987) accende nuovamente i riflettori sul cantautore montanaro: "Scirocco" manda aria calda e rassicurante, mentre "Culodritto" (dedicata alla figlia Teresa) e "Van Loon" (un ricordo del padre Ferruccio) riportano il discorso alle radici. Gli anni Ottanta terminano con un altro disco dal vivo, "Quasi come Dumas" (1988) e con il primo esperimento letterario, Cròniche Epifàniche, cui seguiranno un altro romanzo (Vacca d’un cane), due gialli (Macaronì e Un disco dei Platters) e l’autobiografia scritta con Massimo Cotto (Un altro giorno è andato).
"Quello che non…"(1990) battezza il nuovo decennio. La negazione fotografa l’andamento di una questione sentimentale ma anche la dissoluzione di certi ideali sociali e politici. Come sempre, privato e pubblico s’intersecano e influenzano a vicenda. "Canzone delle domande consuete" è targa Tenco come canzone dell’anno, "Cencio" rimette magistralmente in moto la giostra della memoria.
Nel 1993 si torna a volare. "Parnassius Guccini", ennesimo grande album, deve il titolo a una farfalla scoperta nell’appenino toscoemiliano da un entomologo appassionato del Maestrone. "Canzone per Silvia", dedicata alla Baraldini, e "Nostra Signora dell’Ipocrisia", atto d’accusa contro la televisione, smuovono gli animi; "Farewell", bellissima canzone dell’amore perduto, e "Samantha", storia di due ragazzi che si sfiorano e subito si perdono, fermano il cuore.
"D’amore di morte e di altre sciocchezze" esce nel 1996. La morte è in "Lettera", struggente dedicata a Bonvi, Victor e a chi se n’è andato; ne "Il matto", che muore ridendo, in battaglia, anche quando si accorge che qualcuno, per scherzo, gli ha tolto il caricatore dal fucile; e ne "Il caduto", storia di un montanaro seppellito in pianura che vorrebbe rivivere solo per rivedere i suoi posti. Le sciocchezze vivono ne "I fichi". L’amore inonda il resto e trova il suo apogeo in "Vorrei" e in Cyrano, su cui soffia il vento forte dell’epica. Poi, il vecchio sbevazzatore d’osteria si traveste da oste nel bar di Radiofreccia, pluridecorato film di Luciano Ligabue.
Nel febbraio 2000 esce il nuovo album di Guccini, "Stagioni", l’ennesimo lavoro senza tempo né sbavature.
Chierico vagante, bandito di strada, non artista, solo piccolo baccelliere, giullare da niente ma indignato, finto burbero che si nasconde dietro un dito per non mostrarsi a figura intera, l’uomo di Pàvana apre l’agenda del Duemila raccontando vecchie e nuove avventure, sempre in bilico tra passato e presente, evitando di tagliarsi con la lama del futuro. «Arrivato alla mia età, so che gli anni che mi rimangono sono meno di quelli già andati, per cui mi tengo stretto il mio mondo e continuo a raccontarlo». In Guccini il futuro non esiste (e quando si materializza è spesso sotto forma di incubo, come nell’allucinato paesaggio da disastro nucleare del "Vecchio e il bambino"), lo si può al massimo progettare, ma svanisce quando è sul punto di realizzarsi (come nell’"Autunno" struggente, dove l’io narrante pensa "confuso al mistero dei tanti io sarò diventati per sempre io ero"). E’ per questo che il cd appende al muro l’Autunno, l’"Inverno ’60" e la "Primavera ’59", ma rifiuta di aprirsi all’estate, la sola stagione non rappresentata.
Le stagioni del nostro unico cantautore montanaro mandano lampi accecanti: "Addio è legno che brucia nel camino dell’indignazione; "Stagioni" sfrutta l’immediatezza della lingua parlata per far parlare la vita di Che Guevara e sbuffa accanto alla "Locomotiva"; "E un giorno" è dedica tenera alla figlia, anni dopo "Culodritto"; "Ho ancora la forza", scritta con Luciano Ligabue, è la voglia di non arrendersi alla banalità, al già detto, ai dischi buttati via, tanto per dire qualcosa senza sforzarsi di significare.
|
|
|
|
|
 |